Ho scritto di mio papà e del Milan nella newsletter. Ecco cosa è successo

Ad agosto ho mandato una newsletter che non vendeva niente: parlava di mio papà e del Milan. Mi sono arrivate tantissime risposte. Ecco perché le storie vere funzionano anche via mail.
Elena Galli sorride accanto alle tessere di lettere che compongono la parola strategia, con il titolo: ho scritto di mio papà e del Milan nella newsletter

Ad agosto ho mandato una newsletter che non vendeva niente. Nessun corso, nessuna consulenza, nessun link su cui cliccare. L’ho scritta per farmi conoscere e per buttare giù in libertà i pensieri su una cosa che per me era importante. Mi sono arrivate tantissime risposte via mail.

La newsletter su mio papà e il Milan

L’altro giorno stavo scrollando sui social e ho visto una storia di commemorazione per Franco Baresi.

E di botto mi sono messa a piangere a dirotto.

Mi sentivo scema perché piangere così per uno sconosciuto non è da me. Poi ho capito che stavo piangendo per mio papà.

Mio padre era un milanista sfegatato. Berlusconi era il suo Messia e Baresi il fratello minore dei sogni. (Tranquilla, mio padre è morto nel 98 e non ha fatto in tempo a vedere i lati negativi del Silvio nazionale.)

Ripensando a Baresi mi sono tornate in mente tutte le cose folli che facevamo durante la stagione di Champions League.

Spedivamo mia madre tutti i mercoledì, giorno delle partite, al santuario di Rancate. Era una cosa già organizzata dalla parrocchia ma lei era obbligata ad andarci anche senza voglia, perché un rituale è pura scaramanzia. Quindi Giò, fila a pregare.

Poi ci mettevamo sul divano a guardare la Rai e a goderci la partita. Mio padre seduto sul suo trono, la poltrona dritta davanti alla tv, con la sua pila di biscotti Bucaneve in mano (4 o 5 biscotti, ma pila rende meglio l’idea).

Se il Milan arrivava in finale bisognava passare dalla pasticceria Vecchia Brianza a comprare i pasticcini. Se perdeva li mangiavamo per risollevare il morale, se vinceva li mangiavamo per celebrare il grande risultato.

Poi mi ricordo le domeniche pomeriggio a casa di mia nonna, la mamma di mia madre. Mio papà milanista, mio zio Pio interista, mio zio Silvio juventino. Sembra l’inizio di una barzelletta ma non lo è. Loro tre accendevano la radio sulle dirette del campionato, aprivano una birra Moretti e passavano la domenica a battibeccare sui giocatori e sugli arbitri.

A cena c’era il gran finale con Novantesimo minuto e i riepiloghi di tutte le partite. Ho ancora in testa la sigla con i rombi psichedelici che scorrevano sullo schermo.

Poi mi sono venuti in mente tutti i ritagli della Gazzetta dello Sport che tenevo da parte ogni volta che il Milan vinceva qualcosa. Li ho ancora tutti in una scatola, in camera.

Oppure la spilla d’argento a forma di Coppa dei Campioni che mio papà ha regalato a me e a mia sorella per la Champions vinta dal Milan nel 1991. Mi ricordo che la portavo con orgoglio. Oggi mi sembra follia ma alle medie non ero tutta registrata (anche se forse sono più pazza adesso).

Ecco, la morte di Baresi ha risvegliato tutti questi ricordi. E si sa che l’effetto nostalgia è una brutta bestia.

Ora potrei trovare un bel gancio per dirti che lo storytelling può aiutarti su Instagram. In verità volevo solo condividere con te un pezzetto dei miei ricordi.

Oggi il calcio è lo sport che seguo meno di tutti e non so nemmeno chi sia l’allenatore del Milan. So però che Sacchi era l’allenatore di quel Milan stellare che ha fatto sognare un’intera generazione. Niente ha unito me e mio padre più del Milan. Perdere Baresi è stato un po’ come fare un tuffo nel passato.

Non so se tu hai ancora tuo papà o no. Se c’è qualche ricordo che vuoi condividere con me, scrivimi pure così piangiamo insieme.

Mi è uscita una newsletter impegnativa. Ma chi se ne frega. Scrivere è un modo per tirare fuori tutto e ogni tanto serve a me e a te. Basta, la finisco qui se no diventa peggio del film Marcellino pane e vino.

Un abbraccio,
Elena

P.S. Mio papà si chiamava Alfonso e il suo santo si festeggia il primo di agosto. Sarà per questo che agosto mi fa sempre pensare a lui.

Cosa è successo dopo

Non c’era nessuna offerta e nessun invito all’acquisto. Eppure è stata una delle newsletter che mi ha portato più risposte. Ognuna era una persona che mi raccontava un ricordo suo.

A cosa serve davvero una newsletter

Quando si parla di newsletter si pensa quasi sempre a uno strumento per vendere. Allora ogni mail diventa una mini pagina di vendita con il pulsante in fondo. Se la usi solo così, chi ti legge se ne accorge e smette di aprirla.

La newsletter funziona meglio quando la usi per entrare in sintonia con chi la riceve. Chi si sente vicino a te ti legge volentieri, ti risponde e ti ricorda. Quando poi arriva il momento di proporre qualcosa, ti ascolta già con un altro orecchio.

Per questo ogni tanto vale la pena scrivere una mail che serve solo a te e a chi legge. Un ricordo, un pensiero buttato giù di getto, una cosa che ti è successa. Le storie vere sono quelle che le persone si portano dietro.

Se non sai da dove cominciare a raccontarti nella tua newsletter, scrivimi. Ne parliamo in consulenza e troviamo insieme le storie che vale la pena condividere.

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Dettaglio di Elena Galli con pennarelli colorati nella tasca dei jeans e maglietta gialla

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